Per questo solido, una violenza, lo sbattere delle ali

In questi caminetti la voglia di evaporare. Così attaccato al solido che sono. Sentirsi un qualcosa ma anche tutto il resto, nominarsi distanziandosi. Devo guardarmi allo specchio altrimenti non mi riconosco. Eppure un liquido. Non si raccoglie l’acqua se non in spazi sigillati.
Così mi lascio imbrigliare da parei dalle quali non possa scappare. Mi lascio raccogliere e delimitare. Che se trovassi il modo di scorrere, temo, non ci sarebbe abbastanza fluire. O dissolto fuggirei. Il rumore insistente del gocciare, il silenzio nell’evaporare. Il battere e il levare. Levati! Quasi come sollevati o vattene. L’atto dello sparire, ma nel levarsi, l’apparire.  Resto immobile. Eppure sono questo, il nudo, questo nudo, non poter andare oltre. Tensione superficiale. Tensione. Superficie. Vorrei tagliare questa superficie. Levati! Ma levarsi, per questo solido,  una violenza, lo sbattere delle ali. Allora torno allo schermo. La luce mi accarezza il viso. Non mi chiede niente, ma io ho tante domande. Con-tatto. Un corpo che non conoscerò mai.